Era un simposio per vecchi: la dura vita dei giovani enofili nell’antica Grecia

 

Ci immergiamo oggi nella storia antica, riagganciandomi un po’ al mio ultimo articolo scritto la scorsa settimana su come il vino allungato con acqua si sia trasformato da bevanda “dello scarto” a drink super cool.
Se pensiamo alla Grecia oggi da un punto di vita enologico, di certo non la consideriamo un grande produttore, anzi la coltivazione della vite è abbastanza limitata a pochi autoctoni e alla produzione del famoso Retsina, vino bianco aromatizzato con resina di pino durante l’affinamento in botte dal gusto decisamente particolare.
Eppure un tempo, ai suoi massimi splendori, le pratiche di viticoltura erano state introdotte ancor prima che nella nostra Enotria: si pensi infatti alla migrazione della vitis vinifera dalla Mezzaluna Fertile, poi diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo proprio grazie ai coloni ellenici. Nell’antica Grecia il vino non solamente era largamente consumato ma anche celebrato in sontuosi banchetti detti simposi. Durante il simposio – dal greco symposion, formato dalle parole syn ( con) e posis (bevanda) – gli ospiti, rigorosamente maschi e dall’elevato ceto sociale, erano soliti riunirsi per conversare adagiati su lunghi letti che potevano ospitare più persone.

A Dioniso, il dio della viticoltura, erano soliti offrire una parte delle loro abbondanti bevute, al fine di ottenere benevolenza e protezione dalle difficoltà della vita. I poeti greci decantavano il simposio come un civile momento di aggregazione in cui mai andava oltrepassata la soglia del decoro e dell’ubriachezza: viene difficile immaginarlo pensando che la parola “baccano” derivi proprio dall’altro nome con cui era conosciuto il dio del vino e cioè Bacco. Ed ecco che, tra una discussione filosofica, un cantico e una costoletta d’agnello, il simposiarca, organizzava giochi per i commensali e soprattutto aveva il compito di determinare il numero di coppe assegnate a ogni ospite con la giusta percentuale di acqua e vino.

Un po’ animatore turistico, maître di sala e pure enologo.

Al centro della sala, circondato dai letti dove le menti più brillanti erano adagiate sul fianco sinistro, era collocato il cratere, un grande vaso decorato che veniva riempito con due terzi di acqua e un terzo di vino, infine mescolato. Il vino non veniva mai consumato puro, in quanto troppo corposo e aggressivo: le uve all’epoca venivano fatte sovrammaturare ottenendo vini molto alcolici che provocavano ebbrezza immediata; inoltre l’acqua serviva a raffreddare il vino che altrimenti sarebbe risultato troppo caldo. Gli effetti devastanti di questo vino sono ben descritti da Omero nella sua Odissea: Ulisse, intrappolato dal gigante Polifemo nella terra dei Ciclopi, riuscì a sfuggire al mostro dandogli da bere del vino nero “accidentalmente” non allungato con acqua e facendolo crollare in un sonno profondo.

Alla luce delle lanterne le coppe venivano servite e il dibattito sull’amore o la politica poteva proseguire. Il motivo per cui non fosse consentito eccedere con l’alcol risiede nel fatto che l’ubriachezza fosse associata alla molestia e alla mancanza di decoro, prerogativa degli uomini rozzi e ineducati e non certo di una persona socialmente rispettabile. Alcuni studi hanno rivelato che fosse vietato bere vino prima dei diciott’anni, sconsigliato prima dei trent’anni e addirittura raccomandato dopo i quaranta in quanto serviva ad ammorbidire l’anima indurita dalla vecchiaia

Dura insomma la vita per molti enofili in epoca greca: organizzerò, in loro onore un simposio, inviterò un gruppo di anime indurite e insieme ci abbandoneremo a pratiche rozze e primitive mentre fingo di riempire il cratere d’acqua.

 

Il vaso di Eufronio, o cratere di Sarpedonte si trova al Museo nazionale Cerite, Cerveteri, Roma, dopo essere stato esposto al Metropolitan Museum di New York dal 1972 al 2006.