Intervista a Giuseppe Magni di Tassodine

Quando si parla di rossi, a proposito della storica rivalità tra Bordolesi e Borgognoni, confesso di ritrovarmi a parteggiare per i secondi. Amo il pinot nero, il suo rosso fiammeggiante, il suo concilare magnificamente eleganza e potenza, i meravigliosi profumi che sa sprigionare. Qui Paul Giamatti se la cava decisamente meglio di me, in una scena simbolo di Sideways:

Ok, abbiamo capito che il pinot nero è uva difficile, selettiva, importante. In Italia conosciamo quelli dell’Oltrepò Pavese e del Sud Tirolo, ma c’è qualcuno che, nella bordolese terra bergamasca, fa un pinot nero di livello assoluto. Andiamo con ordine.

Fate un salto a Villa D’Adda, terra di mezzo tra Bergamo e Lecco, prendete la vecchia strettoia e parcheggiate la macchina a Corte del Noce. A quel punto preparatevi ad una scarpinata di 25 minuti in direzione Tassodine, ne vale la pena.
In cima alla strada mi accoglie Giuseppe Magni, proprietario ed anima della tenuta Tassodine. Sessantaquattro anni, fresco pensionato ma con idee ben precise per trasformare il suo secondo tempo in un progetto vincente.

Allora Giuseppe, com’è nata l’idea di produrre vino in questa zona?

Ho da poco terminato la mia attività principale di distributore di CD e DVD a livello nazionale. Sono sempre stato appassionatissimo di vino, e il mio lavoro mi ha permesso di viaggiare e conoscere a fondo varie realtà vinicole nazionali. Ho sempre avuto il pallino di intraprendere un’attività mia, e nel 2005 ho coronato il sogno acquistando in questa zona circa 10 ettari di terreno. Un centinaio di anni fa i contadini dell’epoca producevano vino, ma da una cinquantina di anni era tutto abbandonato. Io ci ho trovato solo un grande ammasso di rovi, ci sono voluti un paio di anni per pulire e sistemare tutto. Nel 2007 abbiamo piantato e la prima vendemmia è stata nel 2010.

Merlot e pinot nero. Perchè la scelta di questi due vitigni?

Sono sempre stato un grande appassionato di merlot. Avevo già deciso di piantarne 8000 barbatelle, ma a questo punto entra in gioco Francesco Arrigoni, grande giornalista di questa zona e collaboratore di Veronelli, che cominciò a stressarmi:”Beppe, questo terreno è ideale. Argilla e arenaria come in Borgogna, 600 mt di altezza. Qui può venire un grande pinot nero!”. Mi è stato addosso un bel pò, e quando stavo per comprare le barbatelle mi presentò un vivaista francese di nome Couderche che aveva queste piantine a portainnesto debole, con poche radici. Mi sono fatto convincere e allora eccomi qui. 4000 piante di Merlot a 550-600 mt e 4000 piante di pinot noir a 600-680 mt. Esposizione sud-ovest. A Francesco, che è scomparso pochi anni fa, ho dedicato ovviamente il mio pinot nero, che porta il suo nome.

Tutti dicono che il pinot nero è un vitigno difficile. Confermi?

Assolutamente. Basta guardare il grappolo. E’ un pugno, una pigna. La bacca è piccolissima, non passa aria tra gli acini. E’ necessaria un’attenzione maniacale: sfogliatura, pettinatura (il posizionamento dei tralci e dei grappoli), potatura. Ogni grappolo deve avere la giusta posizione per insolazione e ventilazione perfette. Una fatica bestiale! In confronto, il merlot viene su da solo.

Difficoltà dal punto di vista ambientale e parassitario?

Noi siamo biologici fin dall’inizio, utilizziamo solo rame e zolfo ma anche lì bisogna fare molta attenzione: i trattamenti devono essere preventivi altrimenti arrivano i problemi. Qui siamo fortunati perchè è una zona salubre, buona ventilazione proveniente dalla Val San Martino, poca umidità, pochi insetti. L’unico problema è che, essendo in una zona isolata e boschiva, ogni anno cinque, sei quintali di uva vanno in pancia a tassi, caprioli e daini. Una tassa che dobbiamo pagare agli inquilini di queste zone che le abitano da molto prima che venissi io. Per fortuna almeno gli uccellini sono rari: qui comandano falchi e poiane.

Per quanto riguarda le pratiche di cantina?

Qui viene in aiuto il nostro enologo, Paolo Zadra, un professionista davvero in gamba. Suo padre Carlo è stato il patron dello spumante nella bergamasca. Le prime due vendemmia le abbiamo vinificate presso la Gallinaccia di Rodengo Saiano, in Franciacorta. Poi dal 2012 è diventata operativa la nostra cantina e adesso siamo autonomi e indipendenti in tutte le fasi di produzione.
Ci tengo a rimarcare alcune particolarità di Tassodine: abbiamo una pigia-diraspatrice di ultima generazione che non spappola la bacca, l’acino viene staccato ma rimane integro. Questo permette una separazione più facile in fase di sfecciatura. Inoltre la pressatura è estremamente leggera e soffice, solo 15 minuti. Il rimontaggio invece si fa in 3 fasi distinte. La fermentazione dura circa 9 giorni, nei primi 6 si fa il rimontaggio chiuso, con la pompa che pesca direttamente il mosto da sotto e il rimontaggio aperto, con il mosto che viene trasferito in un mastello e poi ripompato nel contenitore. Gli ultimi 3 giorni invece facciamo 3 délestage

Maturazione e affinamento?
Utilizziamo tecniche simili per i due vitigni. La commercializzazione avviene due anni dopo la vendemmia. L’affinamento avviene in in mix tra barrique nuove e di secondo, terzo e quarto passaggio. Le botti sono da 225 lt di rovere francese, acquistate da un produttore specializzato in botti per pinot nero. Il merlot si affina in barrique dal secondo passaggio in poi.

Com’è andata la vendemmia quest’anno?

Così così. Il merlot è venuto benissimo, mentre il pinot ha prodotto poco, meno di 600 litri perchè i filari frontali sono stati “bruciati” dal gran caldo. Non ho voluto utilizzare irrigazione di emergenza perchè sono convinto che ogni annata deve finire in bottiglia così com’è. Noi produttori dobbiamo essere bravi nel garantire l’autenticità di ogni millesimo.

Giuseppe porta in tavola due bottiglie di 2015. “Su queste vado sul sicuro, è stata un’annata eccezionale”. Partiamo con il pinot. Etichetta semplice, elegante. “Dopo aver venduto migliaia di cd, di etichette mi sono fatto una cultura. Le ho disegnate io”. Rosso rubino scarico, il naso viene investito da una frutta prepotente, ribes su tutto. In bocca intenso, equilibrato, persistente. Chapeau.

Parliamo di denominazioni di origine

Noi siamo bergamasca igt. Avrei potuto produrre con la DOC Valcalepio, ma non ho voluto. Secondo me la denominazione è troppo estesa a livello di superficie, si va da Sarnico a Villa D’Adda, dal lago d’Iseo al lago di Lecco, quasi. Zone troppo differenti, e ognuno fa più o meno quello che vuole. La cosa migliore sarebbe stata mantenere solo la zona della Valcalepio di origine. E poi bisognerebbe puntare su vitigni più tipici, tipo l’incrocio manzoni.

Secondo bicchiere. Se possibile il profumo è ancora più intenso. Ma con un prodotto così perchè non fare uno metodo classico?

No, visto che il prodotto ha avuto un buon successo preferisco puntare sul rosso. Con lo spumante dovrei confrontarmi con realtà più collaudate come Oltrepò e Franciacorta.

A proposito, come giudichi queste due realtà?

Entrambe sono molto importanti, ma l’approccio è estremamente diverso.
In Franciacorta sono industriali con la passione per il vino. Loro sono bravissimi, sono dei venditori fenomenali. Ci sono dei produttori che hanno costruito delle cantine hollywoodiane, imponenti, c’è un lusso pazzesco. In Oltrepò invece hanno più storia e potenzialità ma hanno ancora la mentalità rurale, piccoli produttori con un’attitudine contadina e poco rivolta al profitto e al marketing. Poi ultimamente ho visto tanti vigneti trascurati o addirittura abbandonati. Cose che fanno male.

Intanto abbiamo “attaccato” anche il merlot “Canto 2015”, altro prodotto di grande livello.
La visita è finita, purtroppo. Usciamo dalla cantina, la vista è magnifica. Durante il congedo Giuseppe mi dice che nella parte frontale della tenuta ci sono ancora terrazzamenti pronti per essere sfruttati. C’è spazio per 7000 piante. “Chissà, mi piace molto il riesling…”.

tassodine.it

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