Il taglio bordolese di Osaka

Il Giappone rappresenta per molti il viaggio dei sogni, la terra lontana con una cultura ed una storia millenaria completamente distante dalla nostra. Il Giappone è spiritualità, ordine e gentilezza; il paese delle persone che sanno mettersi in fila ad attendere il proprio turno senza sgomitare, il paese del rispetto per la natura e per tutti gli esseri viventi.
Certamente non è, e non è mai stato, il paese del vino. La nostra “Enotria” (così veniva chiamata anticamente l’Italia n.d.r.) tanto avrebbe da insegnare alla patria del buddismo in termini enologici. Se pensiamo alle bevande tipiche giapponesi, la mente salta subito al fermentato di riso più famoso al mondo, il sakè, che nulla ha a che vedere con quello servito bollente negli “All you can it” nostrani. Lasciato riposare in botti di cipresso spesso viste accatastate in segno di offerta nei templi shintoisti, mi ha stupito in più di un’occasione.
A Kyoto, in un delizioso ristorante nel vivace quartiere di Pontocho, ho assaggiato senza dubbio il miglior sakè della mia vita: servito freddo dal preparato collega sommelier Naoya (non potevo non chiedergli il nome, era troppo carino) ha esaltato i piatti scelti con la sua gradevolezza ed aromaticità, senza mai risultare aggressivo nonostante il grado alcolico di circa 20°.

Dopo questa parentesi, torniamo allo scopo principale di quest’articolo, che non è solo farvi sapere che sono stata in Giappone e che mi è piaciuto tantissimo, ma anche informarvi del fatto che il vino là esiste e che la sua produzione si sta diffondendo sempre di più. Certo, è vero, si tratta di una realtà piuttosto giovane; basti pensare che è apparso solo nella metà dell’’800 e cioè quando il Giappone ha cominciato ad aprirsi al mondo occidentale per voler competere con le grandi potenze europee.
I vitigni autoctoni si trovano, e sono presenti sul territorio da molto tempo, solo non venivano utilizzati per produrre vino, bensì come uva da tavola. Il rappresentante autoctono più famoso e antico sul territorio si chiama Koshu ed è un’uva a bacca bianca dalla buccia grigiastra che regala vini moderatamente alcolici e deliziosamente agrumati; oggi le aziende che coltivano il Koshu sono aumentate in maniera significativa e sono pressoché tutte localizzate nella prefettura di Yamanashi, la più vocata per la coltivazione della vite, a circa 100 km a ovest di Tokyo.
Come per le tecniche di distillazione, i saggi neo-produttori nipponici sono andati a scuola dai più grandi: ovviamente da fine ‘800 la Francia è stata il modello di riferimento per le tecniche enologiche, e visti i risultati strepitosi ottenuti con il Whisky (si sono fregiati addirittura del titolo di miglior Whisky del mondo battendo gli scozzesi), ci aspettiamo solo che la qualità cresca in modo esponenziale. I vitigni internazionali hanno senza dubbio fatto da spartiacque in primis per la loro grande adattabilità a climi e terreni (fino a non molto tempo fa è sorprendente sapere che un vino giapponese, per essere considerato autoctono, bastava essere composto da almeno il 5% di uve locali), ma anche per la capacità di ben sposarsi in blend con le varietà di vitigni più disparate.


Kawachi Wine “King Selby”

Per motivi di tempo non mi è stato possibile visitare produttori locali, ma è ovvio che non potevo andarmene dal giappone senza degustarne uno e così voglio raccontarvi del mio singolare sabato notte ad Osaka. Ritrovatami divisa dai miei compagni di viaggio che hanno scelto un’altra destinazione per quella serata, mi ritrovo sola a vagare per la moderna e brulicante area commerciale di Dotonbori, nel quartiere di Namba. Affascinata da tanta modernità e dalle mille luci che ti colpiscono quasi stordendoti, decido di rilassarmi un po’e cenare in un grazioso ristorante giapponese affacciato sul canale, in una zona incredibilmente simile ai navigli milanesi. Mi siedo al banco sentendomi un po’ Licia e ordino sushi e sashimi misto. Il cameriere arriva subito e mi chiede cosa voglio bere. “Vino giapponese!” rispondo decisa. “Mi dispiace signora ma in carta teniamo solo vini americani, australiani ed italiani”. “Ma non ho fatto 10.000 km per bermi il Chianti!”, rispondo in tono scherzoso. “ Ok, signora, non si preoccupi, ci penso io!”. Sparisce svelto dietro una porta e riappare con una bottiglia alsaziana da 0,50 Lt coperta da un’etichetta bianca. “Questo vino rosso è prodotto a Kashiwara, vicino ad Osaka, ed è una della winery storiche giapponesi”. Lo guardo con adorazione, felice per questo splendido regalo. L’etichetta recita “King Selby, Kawachi wine”. E’ sostanzialmente un taglio bordolese da uve Merlot, Cabernet Sauvignon e Muscat Bailey; quest’ultima è una varietà a bacca bianca utilizzata in Giappone per schiarire i vini rossi. Verso trepidante il primo bicchiere e lo annuso ad occhi chiusi: fragolina di bosco, rosa e pesca, piacevolmente fruttato e dolce al naso, delicato, poco persistente e di una gradevole freschezza in bocca. Il colore è tenue, sembra quasi un rosato, e devo dire che abbinato al sushi e al mio dolce di latte di soya era perfetto. Un ragazzo australiano seduto accanto a me è incuriosito dai miei rituali degustativi e comincia a chiacchierare allegramente; lascia il locale dopo circa un’ora e dopo aver assaggiato il vino ed avermi offerto del sakè. Esco dal ristorante con un sorriso da orecchio a orecchio.

Sono dall’altra parte del mondo, sola ma in mezzo a centinaia di persone, ho bevuto un vino giapponese, WOW, posso tornare in hotel. Naturalmente non senza essermi persa ed aver vagato per circa mezz’ora cercando la stazione della metropolitana più vicina. Il vino sarà pure stato leggero, ma con la complicità del sakè l’ho sentito eccome…

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