Flavio Roddolo

“Ho appena piantato un nuovo vigneto di Barolo. Ci vogliono almeno 10 anni per berlo, ma io ne ho 70 e non so mica se ci arrivo..” Flavio Roddolo

I piccoli e storici produttori di vino hanno da tempo soppiantato le rockstar di una volta. La figata però è che la rockstar non ti accoglie di venerdì pomeriggio, in scarpe da lavoro e camicia di flanella, per dedicarti due ore della sua vita. Roddolo sì. “Questa è la cantina vecchia. Non entri, si è un pò allagata”. La prima sorpresa è vedere un bel pò di barrique nella penombra della cantina di Roddolo: ma come, la botte piccola non era il male? Evidentemente no, a sentire lui: ”Il legno basta saperlo usare. Queste sono piccole ma buone, e hanno fatto molti passaggi”. Usciamo per dare un occhio ai vigneti, e l’occhio si abbaglia di Langa. Per la prima volta inquadro il personaggio: baffi e capelli bianchi, magro, vaga somiglianza con Paolo Conte, Flavio Roddolo è una leggenda delle Langhe e ti ipnotizza con la sua parlata lenta ma inesorabile. Dai 500 metri della sua collina, mi fa una piccola lezione per riconoscere cromaticamente i vitigni: rosso per il dolcetto, giallo il suo mitico cabernet e verdognolo il nebbiolo. “Guardi là, a Monforte sotto quelle casette, quello è il mio Barolo”. Un Barolo conosciuto in tutto il mondo: 3000 bottiglie all’anno che gli appassionati si litigano.
In realtà questa è zona di dolcetto e il nostro si affretta a decantarne le lodi di vino di tutti i giorni, che ha dato da mangiare a lui e alla sua famiglia per 70 anni.

Gli incontri con i produttori di vino-rockstar si svolgono secondo uno schema fisso, all’inizio un pelo di imbarazzo e diffidenza che poi di solito lasciano il posto ad una confidenza cordiale. Scopro che Roddolo è un solista, fa tutto da solo e non ci sono figli o parenti che raccoglieranno la sua eredità. Mi faccio avanti per la successione, e lui sorride dicendo che questa proposta gliela fanno tutti i giorni. Bene. E’ il momento di mettere le gambe sotto al tavolo. La sala degustazione è una stanza di casa, immutata da decenni. Zero fronzoli, un telefono a disco, qualche libro e locandine di concerti. Ci sediamo. Io e Roddolo ci guardiamo, uno di fronte all’altro. Non c’è bisogno di altre parole. Lui afferra e versa un gotto del dolcetto 2014, il base. Ottimo. Poi il 2013, il superiore. Più concentrato, più armonioso. Fantastico. La Barbera (Roddolo dice “Il” Barbera, e capisci che tante seghe mentali inculcate ai corsi di Sommelier lasciano il tempo che trovano) è un 2010, non voglio essere blasfemo ma io ci avverto un legno un pò troppo scollato dal resto del vino, che è comunque ottimo. Poi arrivano il nebbiolo 2011 e il Barolo 2011. Il Barolo non lo dovevo bere. E’ dura sapere che esistono cose così al mondo, e che tu di solito ti devi accontentare di bere vini che, in confronto, meriterebbero di annaffiare l’orto. Facciamola breve: il Barolo 2011 di Roddolo mi ha colpito al cuore. Quasi mai ho avuto quella sensazione di PERFETTA armonia tra i profumi che ti investono i naso e a quello che poi avverti in bocca. C’è chi dice che i grandi vini vanno bevuti in occasioni speciali, vanno centellinati, vanno meditati. Cazzate, in questo caso. Io questo Barolo lo berrei a colazione, come aperitivo, la sera per digerire. E’ fantastico. Guardo Roddolo e dico “Questo non me lo doveva far provare, perchè adesso sono costretto a comprarlo”. Ho preso due bottiglie ma ne avrei volute 20, 1000, a costo di berle tutte sotto un ponte. Vabbè. Passo ancora mezz’ora con l’uomo che ha creato questi vini-meraviglia accompagnandolo nell’etichettatura di alcune bottiglie di dolcetto e poi mi congedo. Guidando per la tortuosa provinciale che taglia le colline spengo la musica e mi faccio accompagnare dai ticchettii soffusi delle bottiglie nel bagagliaio. Grazie del concerto, Maestro.

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