Angelo Pecis, il Paladino dell’Imberghem

E’ un grande privilegio poter incontrare i produttori di vino. In questi tempi irregimentati e iper-connessi secondo me sono loro gli ultimi visionari, gli ultimi avventurieri. Raramente sono rimasto deluso da questi incontri: chi si mette al timone di un’azienda vitivinicola di solito lo fa con grandissimo coraggio, un pò di fatalismo e autentico amore per l’avventura. E stempera il tutto con un certo senso dell’umorismo, stimolato magari da qualche bicchiere condiviso con amici o clienti.

Alle dieci di mattina di un sabato finalmente primaverile mi trovo a camminare la terra accanto ad Angelo Pecis dell’omonima azienda di S. Paolo D’Argon (BG), che ripercorre la strada che lo ha portato fino a qui:

La nostra storia di viticoltori parte negli anni ’70. All’epoca qui non c’era nulla, solo campi. Ma in realtà in passato la zona era tradizionalmente vocata per il vino, fin dai tempi del Monastero Benedettino eretto nel 1079 che ha portato avanti le sue attività, anche vinicole, fino al 1797. Dopo innumerevoli vicissitudini storiche e politiche, nel 1927 l’Opera Combattenti bonificò, divise e redistribuì gli appezzamenti di terreno attorno al Monastero e li diede in gestione a 100 famiglie di ex combattenti. Successivamente una parte di questi appezzamenti venne acquistata dalla mia famiglia e nel 1974 mio padre Carlo, che all’epoca faceva l’imprenditore, decise di impiantare un vigneto di circa 5000 mq esattamente dove siamo in questo momento. Piantò barbatelle di merlot e schiava meranese, allevate col metodo Casarsa modificato. Io ero piccolo e all’epoca non molto interessato alla cosa, ma, come succede spesso, nonostante avessi scelto un’altra strada e fossi già iscritto alla facoltà di ingegneria, cominciai ad appassionarmi e nel 1980 partecipai attivamente all’ingrandimento del vigneto con l’impianto di franconia, moscato giallo e, su mio suggerimento, di cabernet sauvignon. Nel 1982 costruimmo la cantina e ci trasferimmo definitivamente qui. Nel 1987 piantammo pinot bianco, pinot grigio e, più tardi, moscato giallo e moscato di scanzo in un appezzamento a Cenate Sotto. Attualmente l’azienda è costituita da 2 ettari e mezzo vitati a S.Paolo D’Argon e di altri 3 ettari a Cenate Sotto.

La vostra azienda gestisce i vigneti con il metodo di agricoltura integrata. Ci può spiegare meglio questo concetto?

Il concetto di agricoltura integrata è un gradino sotto rispetto a quella biologica, ma le differenze sono minime. Rispetto al biologico che permette solo trattamenti mirati di rame e zolfo “dilavabili”, l’agricoltura integrata prevede anche l’utilizzo di prodotti di sintesi che hanno il vantaggio di garantire una copertura del trattamento molto più lunga rispetto a rame e zolfo, anche in caso di pioggia. Ci tengo a dire però che noi utilizziamo questi trattamenti due o tre volte l’anno.

Avete piantato recentemente due vitigni poco tipici come petit verdot e rebo.

Mi piace molto sperimentare, cercare sempre nuove soluzioni e nuovi stimoli per migliorare il nostro lavoro. Ma in questo caso specifico c’è anche una ragione di ricambio dei vitigni per cause indipendenti dalla nostra volontà. Ultimamente infatti il nostro cabernet sauvignon è soggetto al mal dell’esca. Si tratta di una malattia del legno, incurabile, che colpisce la pianta anche in giovane età e che in poco tempo la uccide. Ne stiamo perdendo parecchie, e allora ho pensato di sostituirlo con il petit verdot e il rebo (incrocio tra merlot e teroldego, ndr) che hanno entrambi caratteristiche compatibili con il cabernet.


La vostra gamma di prodotti è decisamente ampia, considerando la zona e la superficie dei terreni.

Pensi che nel 2017 abbiamo fatto 24 vinificazioni. Una fatica incredibile. Come dicevo prima, ci piace sperimentare e sfruttare al massimo le potenzialità di ogni vitigno, così la scelta è quella di vinificare tutti i vitigni singolarmente e successivamente fare i blend. L’intento è quello di dare ai clienti un prodotto identificabile, che sappia esprimere il terroir specifico di questa zona.

Il franconia Imberghem Terre del Colleoni 2015 è stato elogiato come uno dei migliori vini di pronta beva dalla guida Slow Wine 2017

E ne sono fiero. Sono molto legato a quel vino ma in particolare io mi sto battendo perchè questo vitigno possa ottenere i risultati che merita. Il franconia, o imberghem come viene chiamato qui, è un’uva molto versatile e storicamente apprezzata dai contadini. Il motivo? Piante dalla resa esagerata e vino subito commercializzabile, già pronto a pochi mesi dalla vendemmia. Una vera manna in tempi di carestia. Io però sono convinto che le potenzialità del franconia siano molteplici, e ancora parzialmente inesplorate. In Austria e Ungheria viene vinificato in tutti i modi, e con ottimi risultati. Noi oltre all’Imberghem che ha citato prima proponiamo da poco anche il rosato metodo classico “Quadrifoglio” e ne aggiungiamo una piccola percentuale al nostro vino più ambizioso, il “Soffio del Misma”. Ma sono convinto che, con le dovute accortezze, possa dare grandi risultati anche vinificato in purezza, con potenzialità di invecchiamento.

A proposito di affinamento, quali sono le vostre strategie nell’utilizzo del legno?

Utilizziamo la barrique per pinot bianco, chardonnay e moscato giallo, fino al quarto passaggio e poi le sostituiamo. Ma io sono un pò eretico e le uso anche per il moscato di scanzo, secondo me con ottimi risultati. Il San Pietro delle Passere, il nostro Valcalepio Doc base, lo lasciamo riposare due anni in botte grande. Ma anche sul legno mi piace sperimentare, adesso abbiamo in prova alcune barriques in rovere ungherese che lasciano un’impronta meno “vanigliata”, e mio figlio durante un soggiorno in Rioja ha scoperto che là utilizzano molto le botti in legno d’Acacia. Le voglio provare assolutamente!

Finito il giro in cantina e dopo questa lunga chiaccherata è venuta l’ora di mettere le gambe sotto al tavolo. Il Sig. Angelo mi accompagna in una fantastica sala degustazione. Appena entrato i miei ricordi di bambino mi riportano ad una qualche osteria tipica di 35/40 anni fa, col tavolaccio di legno al centro della sala e il piccolo bancone della mescita. Ci sediamo ed è grande la sorpresa nel poter degustare un vino nuovo di zecca, il Solemne 2016.

Questo vino nasce dalla volontà di recuperare un vitigno autoctono poco apprezzato, il moscato giallo vinificato secco. Il Solemne è composto da pinot bianco e chardonnay in parti uguali, con un’aggiunta di un 10% di moscato giallo. Credo proprio che andrà a sostituire il nostro Valcalepio Bianco, proprio per il discorso che facevo prima di dare un’impronta e un’identità ben precise ai nostri prodotti.

I discorsi si fanno un pò più informali, ed è inevitabile finire a parlare della situazione della viticoltura bergamasca, con particolare attenzione alla Valcalepio.

Credo che in Valcalepio non ci si debba troppo ancorare a scelte fatte più di 40 anni fa. Allora era stato deciso, forse a torto o forse no, non sta a me dirlo, di fare tabula rasa di tutti i vitigni che tradizionalmente si sono sempre coltivati dalle nostre parti: schiava, merera, moscato e imberghem. La scelta fu di puntare su vitigni e vini francesi, ed è stata portata avanti per moltissimo tempo. A mio parere adesso bisognerebbe fare uno sforzo per calibrare maggiormente il vino con la nostra identità bergamasca. Da parte mia sperimenterei delle integrazioni al disciplinare, permettendo l’aggiunta del franconia al taglio bordolese. Anche in realtà molto più importanti della nostra, come nel Chianti, l’hanno permesso. E’ una battaglia che porto avanti da moltissimo tempo, adesso pare che qualcuno inizi a pensarla come me. Speriamo.
Un’altra cosa che mi dà un pò di fastidio è il poco legame che si è instaurato tra la ristorazione della provincia e il nostro vino. In tutti i ristoranti d’Italia le carte dei vini sono orientate verso la produzione locale, da noi su dieci vini in carta “forse” uno è bergamasco. Sono andato recentemente a fare un aperitivo in un bar nell’ala nuova di Orio Center e nella lista dei vini non c’era nessun nostro vino. Incredibile, considerando le potenzialità di avere così tanti passeggeri che transitano dall’areoporto di Orio. Noi nel nostro piccolo stiamo organizzando dei piccoli eventi con menù degustazione che facciano da veicolo ai vini in abbinamento.

L’incontro è finito, saluto Angelo Pecis con la convinzione di aver incontrato un altro lucido visionario del vino italiano.

VINI IN DEGUSTAZIONE

SOLEMNE 2016
Prima annata commercializzata. 45% chardonnay 45% pinot bianco 10% moscato giallo
Floreale al naso, fresco in bocca con piacevole aromaticità

QUADRIFOGLIO BRUT ROSE’ 2013
Seconda annata commercializzata. 100% franconia metodo classico. Dosaggio 3 g/lt
Note floreali e agrumate al naso, freschezza e sapidità in bocca.

SOFFIO DEL MISMA 2012
Merlot 45% cabernet sauvignon 45% franconia 10% raccolte in vendemmia tardiva. Un anno di barrique di rovere francese. Speziato al naso e grande struttura in bocca, decise potenzialità di invecchiamento.

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